Intossicazioni da funghi: l’epidemia autunnale dei Centri Antiveleni
Anche quest’anno è arrivato l’autunno e, con lui, la stagione dei funghi. I funghi sono i protagonisti di piatti stagionali e tradizionali nei ristoranti e alle sagre, e richiamano tanti cercatori nei boschi. Certamente sono molto gustosi e alcune specie sono vere e proprie prelibatezze, ma il loro consumo, e soprattutto, la loro raccolta vanno prese molto seriamente. L’autunno è anche la stagione di una vera e propria epidemia che i Pronto Soccorso e i Centri Antiveleni si trovano a gestire ogni anno: le intossicazioni da funghi, alcune delle quali, purtroppo, mortali.
Alcuni funghi si associano a specifiche sindromi cliniche, caratterizzate da sintomi ben definiti che, in alcuni casi, possono evolvere verso esiti fatali o danni permanenti. Un criterio di valutazione importante davanti a una sospetta intossicazione da funghi è sicuramente la latenza, ovvero il tempo trascorso tra l’ingestione dei funghi e la comparsa dei sintomi. Distinguiamo tra sindromi a breve e lunga latenza. Le sindromi a breve latenza sono caratterizzate dall’esordio dei sintomi entro 6 ore dal pasto di funghi e, per quanto possano presentarsi con sintomi importanti, sono in genere benigne e non pongono a rischio di vita il paziente. Le sindromi a lunga latenza hanno comparsa dei sintomi oltre le 6 ore dal pasto e sono invece più preoccupanti in quanto possono essere associate all’ingestione di specie di funghi potenzialmente letali. Inoltre, in caso di pasti ripetuti a base di funghi, non è possibile stabilire con certezza quale sia il responsabile della tossicità.
Tra le sindromi a breve latenza la più comune è la “sindrome resinoide”: i funghi non sono così facili da digerire, soprattutto se mangiati crudi o in abbondanza. Alcune persone, anche se abituate a mangiarli, possono manifestare intenso vomito e dolori addominali poco dopo l’ingestione di funghi mangerecci, come i porcini. Fortunatamente questa sindrome, per quanto spiacevole, può guarire in poche ore da sola o con un trattamento medico sintomatico.
Sintomi simili possono essere causati anche da funghi edibili mal conservati oppure cucinati in modo non adeguato. Infatti, alcuni funghi sono commestibili a condizione che subiscano un trattamento termico, poiché contengono delle tossine termolabili: da crudi sono tossici, da cotti sono buoni! Un esempio è quello del chiodino (Armillaria mellea), che necessita di una adeguata prebollitura con eliminazione dell’acqua prima della cottura finale per eliminare le tossine per poter essere gustato in sicurezza.
Un’altra sindrome a breve latenza, nella maggior parte dei casi ad esito favorevole in seguito a un adeguato trattamento, è quella causata dall’Amanita muscaria. Questo è il classico “fungo degli gnomi”, caratterizzato dal cappello rosso punteggiato di bianco, dal gambo bianco dotato di anello e dalla volva, una sorta di sacchetto a forma di uovo da cui questo genere di funghi si sviluppano. L’Amanita muscaria provoca la sindrome panterinica, che prende il nome dalla parente Amanita pantherina, caratterizzata da manifestazioni anticolinergiche: alterazioni dello stato mentale, formicolio, sensazione di depersonalizzazione se non allucinazioni, movimenti non coordinati, spasmi e talvolta iniziali nausea, vomito e dolori addominali. La componente neurotossica, soprattutto quella allucinatoria, ha fatto sì che l’Amanita muscaria venisse ricercata anche a scopo di abuso.
Ma come succede che ci si intossichi con questi funghi? Nella maggior parte dei casi perché chi li raccoglie, anche se esperto, può sbagliarsi! Ad esempio, tra gli ovuli esiste l’Amanita cesarea, ottimo fungo commestibile, simile all’Amanita muscaria nelle forme, ma con la carne del gambo e delle lamelle arancioni/gialle. Va da sé che un raccoglitore inesperto o troppo sicuro di sé possa confondere l’una con l’altra, ad esempio quando questi due funghi sono ancora “chiusi nel loro ovulo” e più difficili da distinguere, ed ecco che un pranzo in famiglia si può rapidamente trasformare in un brutto ricordo di un’intera giornata passata in Pronto Soccorso.
Questo stesso errore potrebbe costarci la vita se l’ovulo con cui ci confondiamo è quello di un’Amanita phalloides. Questo fungo è uno dei principali responsabili di intossicazioni a lunga latenza con esito infausto. Contiene amanitine, delle sostanze responsabili di gravi danni alle cellule del fegato, che causano una grave epatite. La sindrome falloidea, dal nome del fungo, si caratterizza per una fase iniziale asintomatica a cui segue la comparsa di una forte diarrea a esordio tardivo, dopo 6 ore dall’ingestione dei funghi. Nelle prime ore dal consumo il paziente quindi non presenta sintomi e le tossine vengono assorbite nel tratto gastrointestinale. Si sviluppa una intensa diarrea, anche associata a vomito e dolori addominali, e nel mentre le tossine raggiungono il fegato dove si instaura epatite. Si assiste quindi ad un graduale diminuire della diarrea, verso il termine delle prime 24 ore, ed iniziano ad aumentare le transaminasi, indici del danno epatocellulare. In Pronto Soccorso l’intervento deve essere rapido e aggressivo perché, se l’epatite non regredisce, l’unica opzione per salvare la vita al paziente rimane il trapianto di fegato. Si interviene quindi con una lavanda gastrica per rimuovere eventuali residui di fungo, e con la somministrazione di carbone vegetale attivato a dosi ripetute, per ridurre il riassorbimento intestinale delle tossine eliminate con la bile. È inoltre necessario reintegrare le perdite di liquidi ed elettroliti per sostenere le funzioni dell’organismo e favorire ulteriormente l’eliminazione urinaria delle amanitine. Infine si utilizzano farmaci epatoprotettori.
Il supporto dell’Ispettorato Micologico è importante per l’identificazione dei funghi ingeriti con l’analisi dei resti e dell’aspirato gastrico. In ospedale vengono effettuati esami ematici ripetuti così come, quando possibile, la ricerca delle amanitine a livello urinario, per ottenere una conferma analitica dell’avvenuta intossicazione.
Ma attenzione! La sindrome falloidea non è causata dalla sola Amanita phalloides, anche altri funghi, come la Galerina o le microlepiote possono esserne responsabili. Se la Galerina è un fungo quasi sconosciuto ai più, le microlepiote possono essere facilmente confuse con le cosiddette “mazze di tamburo” (Macrolepiota procera), i cui cappelli sono ottimi impanati e fritti. Le microlepiote possono assomigliare alle mazze di tamburo, ma sono di dimensioni più piccole. Non sono, quindi, semplicemente delle mazze di tamburo in miniatura: appartengono infatti a specie completamente diverse e, come se non bastasse, alcune contengono amanitine!
Ci sarebbero ancora tantissime cose da dire sui funghi, su quelli buoni e su tutte le altre sindromi che non abbiamo nemmeno accennato. In Italia la raccolta in determinate zone è disciplinata dal possesso di patentino, rilasciato dalle autorità territoriali competenti, ma la cosa più importante da sapere quando ci si approccia a questo Regno con l’intento di mangiarli è però una sola: farlo con consapevolezza. Un errore di valutazione potrebbe infatti costare la vita a noi o ai nostri cari. Per questo, se raccogliamo dei funghi e vogliamo portarli in tavola, è fondamentale rivolgersi all’Ispettorato Micologico. Si tratta di un servizio delle Aziende Sanitarie Locali, gratuito e aperto a tutti i cittadini, dove un micologo può esaminare i funghi raccolti, identificarne e stabilirne la commestibilità; ma soprattutto, può riconoscere proprio quelli che potrebbero costarci la vita!