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Il Blog della Società Italiana di Tossicologia (SITOX) è dedicato sia ai Soci della Società che ai cittadini tutti, indipendentemente dal grado di competenza nelle materie tecnico-scientifiche. In questo blog si ritroveranno informazioni aggiornate, indipendenti e certificate relative a stili di vita, alimentazione, ambiente, ed impatto sulla salute della popolazione delle sostanze a cui è esposta.

Tutti i contenuti pubblicati sono frutto della collaborazione dei membri del gruppo Comunicazione della SITOX con Esperti selezionati in base alla tematica da affrontare.

29 luglio 2021 - Ambiente e salute, Ricerca
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Plastiche e microplastiche: cosa sono, come si formano e quali effetti hanno sulla nostra salute.

La storia della plastica comincia nel 1861 quando Alexander Parkes, sviluppando gli studi sul nitrato di cellulosa, brevetta il primo materiale plastico semisintetico. Da allora, ma in particolar modo negli ultimi 60 anni, la plastica nelle sue sconfinate declinazioni ha rivoluzionato il nostro modo di vivere.

Grazie alle sue caratteristiche (leggerezza, versatilità di utilizzo, economicità e resistenza) la plastica ha rimpiazzato in molti utilizzi i materiali convenzionali come metalli, vetro e carta. Attualmente, la produzione mondiale è dell’ordine di 360 milioni di tonnellate all’anno, di cui una gran parte è rappresentata da imballaggi e prodotti monouso.

Proprio il nostro Paese, l’Italia, ha posseduto un settore chimico di primo livello, dedicato proprio alle plastiche. La Montecatini, fondata nel 1928, già leader nella lavorazione dei minerali poi delle fibre di acetato di cellulosa e del nylon, negli anni 60 lanciò una nuova plastica, il propilene isotattico. Le sue versioni divennero commercializzate in tutto il mondo soprattutto con il nome di “Moplen”. Il Moplen era una termoplastica rivoluzionaria per il tempo: economica, leggera e resistente, come accennato sopra, è utilizzata da tutte le industrie del settore idrosanitario e casalingo. È stata inventata in Italia da un ingegnere chimico italiano: Giulio Natta, il quale per questa invenzione ha vinto il premio Nobel per la chimica 1963.

 

Da dove provengono le microplastiche?

Non ci sono dubbi che le materie plastiche ci semplificano la vita in vari modi. Tuttavia, se non smaltite e riciclate correttamente, possono finire nell’ambiente dove, grazie alla non degradabilità (caratteristica che le rende idonee per un gran numero di usi), persistono per tempi estremamente lunghi. Cosa questo comporti per gli habitat naturali e per la fauna selvatica è ben noto, specialmente per animali marini vulnerabili come cetacei, tartarughe o uccelli.

Sebbene non degradabili, le materie plastiche, sotto l’azione di agenti esterni, possono trasformarsi in frammenti più piccoli di dimensioni comprese tra 1 µm e 5 mm (Un micromètro corrisponde a un milionesimo di metro, vale a dire un millesimo di millimetro), le cosiddette microplastiche.  Da un punto di vista dimensionale le microplastiche sono particelle di plastica di dimensioni intermedie tra le macroplastiche (> 5 mm) e le nanoplastiche (< 1 µm).

Le microplastiche, a seconda della loro origine, si dividono in primarie e secondarie. Quelle formate dalla degradazione delle macroplastiche rappresentano la maggior parte delle microplastiche presenti nell’ambiente e prendono il nome di microplastiche secondarie. Quest’ultime originano non solo dalla frammentazione dei rifiuti, ma possono derivare anche da fibre sintetiche provenienti da lavaggi in lavatrice e da frammenti di pneumatici.

Le microplastiche primarie invece sono prodotte intenzionalmente per applicazioni domestiche o industriali che sfruttano in particolare le loro proprietà abrasive. Ad esempio, vengono aggiunte a determinati prodotti come cosmetici, vernici o paste per lucidare oggetti. Esse rappresentano una componente minima della microplastica presente nell’ambiente.

 

Quali sono gli effetti delle microplastiche?

Negli ultimi anni, l’allarme per i possibili effetti delle microplastiche sugli organismi acquatici e terrestri è cresciuto rapidamente non solo nella comunità scientifica ma anche nell’opinione pubblica, spesso, a seguito di un’informazione non sempre controllata da parte dei media. In particolare, le questioni sollevate riguardano i rischi legati alla loro ubiquitarietà, il bioaccumulo, il trasferimento nella catena alimentare e l’eventuale rilascio di sostanze dannose all’interno dell’organismo.

È vero che le microplastiche sono oggi ubiquitarie sia negli ambienti antropizzati sia in quelli naturali, ma come abbiamo visto anche in altri post, l’ubiquitarietà di un agente contaminante nell’ambiente non determina obbligatoriamente l’esistenza di un rischio, in quanto, affinché quest’ultimo si manifesti l’agente contaminante devi produrre effetti nocivi ai livelli di esposizione ambientale.

Per quanto riguarda invece il bioaccumulo1 e il trasferimento nelle reti trofiche, non ci sono dubbi che le microplastiche vengono ingerite da organismi acquatici e terrestri, però non esiste alcuna evidenza che particelle di polimeri chimicamente inerti, di grandezza di alcuni millimetri o alcuni micron, possono attraversare le membrane cellulari e venire incorporate nei tessuti. È evidente quindi che non si può parlare di bioaccumulo o biomagnificazione2, ma di un attraversamento dei sistemi digestivi. Infatti, le microplastiche ingerite percorrono il tubo digerente e sono emesse con le feci.

Altri possibili problemi sono legati all’eventualità che sostanze contaminanti idrofobiche assorbite dalle particelle plastiche vengano rilasciate all’interno degli organismi viventi.  Modelli di stima del bioaccumulo indicano che la quantità di contaminanti introdotta tramite le microplastiche è nettamente inferiore a quella che può essere accumulata direttamente dall’ambiente.

In conclusione, allo stato attuale, come sottolineato anche in un importante documento europeo, non esiste un’evidenza di un possibile rischio da microplastiche. Tuttavia, esistono alcune carenze conoscitive e problemi da risolvere legati specialmente al campionamento e all’analisi.

Ancora tutto da studiare e approfondire è invece il rischio che si corre dal contatto con le nanoplastiche dove non è chiaro se esiste una soglia dimensionale al di sotto della quale possono attraversare le membrane cellulari e quali effetti possono avere una volta all’interno della cellula. Inoltre, attualmente per la nanoplastiche non esistono dei dati sulle concentrazioni ambientali e i metodi di misura sono ancora sperimentali.

 

 

https://www.sciencedirect.com/science/article

https://op.europa.eu/it/publication

https://sitox-site.s3.amazonaws.com/attachment/file/451/Vighi.pdf

Il miracolo scippato. Le quattro occasioni sprecate dalla scienza negli anni Sessanta, (M. Pivato), Donzelli 2011.

 

 

1 Il bioaccumulo è il processo attraverso cui sostanze tossiche si accumulano all'interno di un organismo. Il bioaccumulo è un fenomeno che si riscontra sia negli organismi più semplici, sia in quelli superiori.

2 La biomagnificazione consiste nell’accumulo crescente di una sostanza lungo la catena trofica attraverso la via alimentare. Per poter parlare di biomagnificazione è necessario che la concentrazione della sostanza all’interno del predatore sia maggiore rispetto a quella rilevabile nelle prede.

 

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